LA REPUBBLICA
La firma di DiBenedetto chiude un'epoca del calcio per aprirne un'altra. L'arrivo degli americani alla Roma può cambiare la geografia del calcio stesso, spostando gli attuali equilibri e creandone di nuovi.
La "firma di Boston" è sicuramente un evento storico per il calcio italiano. Una firma che chiude un'epoca del calcio per aprirne un'altra. L'arrivo degli americani alla Roma può cambiare la geografia del calcio stesso, spostando gli attuali equilibri e creandone di nuovi. Per un semplice motivo: se la Roma , con grandi affanni, in questi ultimi anni è riuscita ad arrivare spesso tra le prime, sicuramente dovrebbe fare meglio una volta acquisita la stabilità economica che il gruppo DiBenedetto ha dovuto garantire fermamente a Unicredit, il gruppo bancario che ormai era diventato padrone del club. E che rimane al momento con una quota molto forte all'interno della società
Oltre a essere una prima volta che un grande club finisce in mani straniere (se si eccettua gli inglesi che entrarono nel Vicenza ormai una quindicina d'anni fa), all'improvviso il calcio viene a contatto con un metodo di lavoro e di concezione dello sport totalmente diverso dal nostro, a sua volta unico nel mondo. Thomas DiBenedetto e i suoi tre soci che si sono suddivisi in parti uguali gli oneri finanziari del pacchetto in vendita, puntano dichiaratamente al business, ad avere una grande squadra e possibilmente a vincere, per fare soldi. Non so quanta passione possano metterci, di certo sono personaggi che nulla hanno a che vedere con i classici presidenti italiani (da Moratti a Berlusconi, da Agnelli a Della Valle, da Lotito a De Laurentiis) che lo fanno per tifo, per affermazione personale o per affermazione politica e sociale, per contare sempre di più nella propria città, nel mondo del lavoro e degli affari, per avere un occhio di riguardo dalle istituzioni, sicuramente per passione autentica e anche un po' folle in molti casi. Ma quasi mai per guadagnarci direttamente. Quasi nessuno in Italia concepisce il calcio come business. Anzi i vantaggi di cui dicevamo sono spesso costati bilanci in rosso per decine e decine di milioni all'anno.La famiglia Sensi che ha passato il testimone a DiBenedetto & C dopo 18 anni, nella Roma ha bruciato gran parte del proprio patrimonio. Arrivando in qualche occasione anche a tenere testa ai grandissimi club italiani che alle spalle hanno ben altre società e ben altri patrimoni. Il nuovo management americano - ma con una gestione italiana del club addirittura abbondantissima visto che Giampaolo Montali sarà affiancato da Franco Baldini, ex dirigente della Roma di Sensi e braccio destro di Capello con esperienze che vanno dal Real Madrid alla nazionale inglese, e da Walter Sabatini uno dei migliori scout del calcio italiano - punta alla costruzione di un club da portare stabilmente ai primi posti ma con l'unico obbiettivo di produrre profitti. Secondo il classico modello dello sport americano. Che prevede merchandising, grande diffusione del marchio e soprattutto tutti i proventi possibili dalla costruzione di un nuovo stadio di proprietà.
Non sappiamo come dalla teoria si passerà alla pratica, non sappiamo cosa e quanto resterà delle idee e dei soldi (40 milioni per la prima campagna acquisti) degli americani, una volta che il loro progetto andrà steso sul calcio italiano, oggetto sempre molto scivoloso e infido. Non sappiamo come gli americani reagiranno alle prime difficoltà, alle prime trappole, alle gelosie tipiche di un ambiente che vede sempre con grande diffidenza il nuovo. La gestione di Montali, Baldini e Sabatini dovrebbe ammortizzare proprio questi contraccolpi e garantire la partenza migliore possibile alla nuova avventura. Ma i dubbi e i contrattempi possono essere ovunque.
Una delle tifoserie più calde e umorali d'Italia, apposta la fatidica firma dopo mesi se non anni di attesa di questo momento, aspetterà subito le prime fondamentali decisioni: quale allenatore (Ancelotti o avanti con Montella?), quali e quanti giocatori con cui rinforzare una squadra che si appaga troppo facilmente delle rare vittorie e che difetta di evidente presunzione, che si compiace di se stessa ma non è mai veramente affamata di vincere. L'americano che arriva a Roma non è né l'Abramovich del Chelsea, né lo sceicco Al Mansour del City, né quel Malcom Glazer cui i tifosi del Manchester United hanno fatto la guerra fin dal primo giorno ma che i Red Devils ha comunque portato molto, molto in alto. L'americano della Roma costruirà il nuovo club in maniera molto più graduale, senza troppi colpi di testa, senza troppe illusioni, facendola crescere sotto tutti i profili: sul campo e soprattutto fuori. Un grande giocatore o due l'anno e poi tanti giovani con cui circondare un Totti, ormai anziano, ma che in queste ultime difficili settimane si è caricato la squadra sulle spalle.
Da Sensi a Totti la Roma degli ultimi 15 anni è stata una Roma, molto, molto romana, quasi chiusa, addirittura, nel grande raccordo anulare che la circonda. Quella americana del futuro forse sarà migliore, sicuramente sarà molto diversa.
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